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Nel 1977 fu arrestato in New Mexico. Qualche anno prima aveva promesso un programma che ancora non esisteva. Eppure quel ragazzo di Seattle sarebbe diventato uno degli imprenditori più importanti della storia. Ma Mister Microsoft è stato anche un autentico profeta del Web Marketing, uno che aveva previsto quasi tutto…
Che Bill Gates sia ricco, incredibilmente ricco, non è una notizia. Per molti anni è stato una presenza fissa ai vertici della classifica Forbes degli uomini più facoltosi e influenti del pianeta.
Ma sei sicuro di conoscere davvero Bill?
Non è soltanto il genio informatico che ha portato Windows su milioni di computer. È un personaggio pieno di sorprese, contraddizioni e intuizioni. Dietro quell’aria da bravo ragazzo, dall’aspetto un po’ anonimo, c’è la storia di un imprenditore aggressivo, visionario e capace di vedere opportunità dove gli altri vedevano soltanto strane macchine incomprensibili.
E c’è anche la storia di un profeta dell’informatica e, soprattutto, del Web Marketing.
Uno che, quando Internet era ancora un territorio quasi disabitato, aveva già intuito dove sarebbero finiti attenzione, pubblico e denaro.
Imprenditore
Prima ancora di diventare il “Re dell’informatica”, Bill Gates è stato un imprenditore.
Non semplicemente qualcuno capace di programmare un computer, ma una persona disposta a scommettere su un futuro che, per quasi tutti gli altri, non era ancora iniziato.
La sua forza non è stata soltanto inventare. È stata immaginare in anticipo che cosa sarebbe potuto diventare normale.
Oggi ci sembra scontato avere un computer sulla scrivania, uno smartphone in tasca e applicazioni per qualsiasi attività. Negli anni Settanta non lo era affatto. I computer erano macchine enormi, costose e riservate a università, grandi aziende, istituzioni e appassionati particolarmente ostinati.
Gates vide qualcosa che gli altri non riuscivano ancora a vedere: quelle macchine sarebbero entrate nella vita quotidiana delle persone.
Le sue prime avventure nel mondo degli affari
Nel 1968 Bill entra alla Lakeside, una prestigiosa scuola privata di Seattle. È lì che conosce Paul Allen, futuro socio e compagno di quella che diventerà una delle più importanti avventure imprenditoriali del Novecento.
Ed è sempre alla Lakeside che s’innamora di un computer.
Un macchinario d’avanguardia che, a quei tempi, occupava lo spazio di una stanza e aveva una capacità di calcolo ridicola rispetto a quella del telefono che oggi portiamo in tasca.
Nel 1973 Gates si iscrive ad Harvard. La vita accademica, però, gli sta stretta. Trascorre buona parte del suo tempo nei laboratori informatici e continua a confrontarsi con Paul Allen sulle possibilità offerte dai primi microcomputer.
Poi, nel 1975, accade qualcosa.
Gates e Allen vedono sulla copertina della rivista “Popular Electronics” il nuovissimo Altair 8800, uno dei primi microcomputer destinati agli appassionati.
Intuiscono immediatamente che quella macchina ha bisogno di un linguaggio di programmazione.
Telefonano quindi alla MITS, la società che produce l’Altair, e dichiarano di avere sviluppato una versione del linguaggio BASIC compatibile con il nuovo computer.
C’è soltanto un piccolo problema: quel programma non esiste ancora.
Non hanno nemmeno un Altair 8800 sul quale provarlo.
Oggi la chiameremmo forse una presentazione commerciale particolarmente coraggiosa. Qualcuno meno generoso potrebbe definirla una promessa azzardata. Gates e Allen, però, ottengono ciò che cercavano: l’interesse della MITS e la possibilità di dimostrare il funzionamento del software.
A quel punto devono realizzarlo davvero.
Lavorano giorno e notte, simulando il funzionamento dell’Altair su un altro computer. Quando Paul Allen vola ad Albuquerque per mostrare il programma alla MITS, il software funziona.
Da quella promessa fatta prima ancora di avere un prodotto nascerà Altair BASIC, il primo prodotto della futura Microsoft.
Una storia di successo, perché…

Bill Gates nel 1977
Ti racconto la storia di Bill Gates perché uno dei principali segreti del suo successo è stato la sua proattività: la capacità di anticipare una situazione futura anziché limitarsi ad adattarsi al cambiamento.
Gates non ha reagito. Ha giocato d’anticipo.
Ha lasciato Harvard e si è trasferito ad Albuquerque, nel New Mexico, dove aveva sede la MITS. Non si è semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto. Ha fatto in modo di esserci.
Ha costruito l’occasione.
Il programma sviluppato per l’Altair era un ottimo prodotto, ma non era qualcosa che nessun altro avrebbe potuto realizzare. La vera differenza fu che Gates e Allen capirono prima degli altri che valeva la pena farlo.
E lo fecero velocemente.
Questo è un punto importante. Spesso raccontiamo il successo come il risultato di un’intuizione geniale, improvvisa e irripetibile. Nella realtà, molte grandi imprese nascono da una combinazione meno romantica: capacità di osservare, rapidità di esecuzione e disponibilità a correre un rischio quando gli altri stanno ancora cercando di capire che cosa sta succedendo.
Gates comprese anche un’altra cosa: il valore non sarebbe rimasto confinato dentro la macchina.
I computer sarebbero cambiati, sarebbero diventati più piccoli, economici e potenti. Il software, invece, poteva essere riprodotto, distribuito e trasformato in uno standard.
È qui che si vede la differenza tra chi realizza un prodotto e chi intravede un mercato.
Mister Microsoft, insomma, non è stato soltanto un inventore. È stato soprattutto un imprenditore.
Uno che, nel 1977, finì perfino in una stazione di polizia di Albuquerque per una violazione stradale e guida senza una patente valida. La celebre fotografia del suo arresto mostra un ragazzo spettinato e sorridente, molto lontano dall’immagine dell’uomo d’affari che avrebbe dominato l’industria informatica negli anni successivi.
Profeta del Web Marketing
Correva l’anno 1996.
I siti attivi nel mondo erano ancora poche centinaia di migliaia. Google non esisteva. Facebook, YouTube, Netflix, Instagram e TikTok appartenevano a un futuro che nessuno aveva ancora raccontato.
La maggior parte dei siti era formata da pagine statiche, collegamenti blu e testi che oggi sembrerebbero usciti da un museo dell’informatica.
Eppure Bill Gates pubblicò un articolo dal titolo destinato a diventare una delle frasi più ripetute nella storia del marketing:
“Content is King”.
Il contenuto è il re.
Gates scrisse che gran parte del denaro su Internet sarebbe stata prodotta attraverso i contenuti, proprio come era accaduto nel mondo della televisione.
Non sapeva esattamente quali piattaforme sarebbero nate. Non poteva immaginare gli influencer, i podcast, lo streaming, le newsletter a pagamento o le aziende capaci di costruire un mercato pubblicando video di pochi secondi.
Aveva però compreso qualcosa di più importante.
La tecnologia sarebbe stata l’infrastruttura. Il valore sarebbe arrivato da ciò che le persone avrebbero trovato al suo interno: informazioni, immagini, musica, video, intrattenimento, formazione, notizie e idee.
Il computer era il contenitore.
Internet era il mezzo.
I contenuti sarebbero diventati il motivo per utilizzarli.
Ma cosa aveva previsto davvero?
Quando Gates scrisse “Content is King”, pubblicare qualcosa su Internet richiedeva competenze tecniche, strumenti poco accessibili e una buona dose di pazienza.
Oggi chiunque può aprire un blog, registrare un video, inviare una newsletter o raggiungere migliaia di persone attraverso un social network.
Anche un’azienda piccola può diventare un editore.
Può spiegare ciò che sa, mostrare i propri prodotti, raccontare i problemi che risolve, rispondere alle domande dei clienti e costruire un pubblico senza dover acquistare uno spazio su un giornale o una rete televisiva.
Gates aveva previsto questa democratizzazione.
Aveva capito che Internet avrebbe abbassato le barriere tra chi produceva un contenuto e chi desiderava raggiungere un pubblico.
Ma c’è un dettaglio che spesso dimentichiamo quando ripetiamo che “il contenuto è il re”.
Pubblicare non basta.
Il contenuto è diventato più importante. E più difficile
Oggi produrre contenuti è facilissimo. Essere ascoltati, molto meno.
Ogni giorno vengono pubblicati milioni di articoli, post, immagini, podcast e video. Le aziende possono produrre decine di testi utilizzando l’intelligenza artificiale, programmare mesi di post in anticipo e riempire il proprio sito in poche ore.
Il problema non è più riuscire a pubblicare.
Il problema è avere qualcosa da dire.
Quando tutti possono produrre contenuti, il vantaggio non nasce dalla quantità. Nasce dalla capacità di essere utili, riconoscibili e difficili da confondere con ciò che pubblicano tutti gli altri.
Un contenuto può attirare una persona perché le insegna qualcosa, risolve un dubbio, cambia il suo punto di vista oppure le permette di prendere una decisione migliore.
Il resto è rumore.
Gates aveva previsto l’economia dei contenuti. Probabilmente non poteva immaginare quanto sarebbe diventata affollata.
E sulla Lead Generation?
Bill Gates non parlava di landing page, lead magnet, moduli di contatto o funnel di acquisizione come li intendiamo oggi.
Aveva però compreso il principio da cui dovrebbe partire ogni strategia di Lead Generation: il cliente non deve essere considerato come qualcuno al quale vendere qualcosa il prima possibile.
Deve essere ascoltato, compreso e aiutato.
Il marketing tradizionale partiva spesso dalla domanda: “Come possiamo vendere questo prodotto?”
L’approccio indicato da Gates ribaltava la prospettiva: “Come possiamo rendere più soddisfatto il cliente? Come possiamo continuare a innovare per servirlo meglio?”
Sembra una differenza sottile. Non lo è.
Un contatto non nasce perché abbiamo inserito un modulo in una pagina.
Nasce quando una persona percepisce che, dall’altra parte, esiste qualcuno capace di comprendere il suo problema e di offrirle qualcosa che vale il suo tempo, la sua attenzione o i suoi dati.
Prima di chiedere bisogna dare una ragione per rispondere.
Prima di vendere bisogna costruire fiducia.
Prima di parlare del prodotto bisogna capire perché qualcuno dovrebbe desiderarlo.
E tu?
Che cosa avresti fatto dopo un colpaccio come quello riuscito a Gates e Allen con il programma BASIC per l’Altair?
Forse ti saresti fermato a festeggiare. Forse avresti cercato di proteggere ciò che avevi ottenuto. Forse avresti considerato quell’accordo il punto di arrivo.
Gates, invece, non si accontentò.
Decise che avrebbe impegnato tutte le sue forze affinché, un giorno, ci fosse un computer su ogni scrivania e in ogni casa.
Un obiettivo che, negli anni Settanta, doveva sembrare quasi assurdo.
Eppure oggi c’è un computer sulla mia scrivania.
Probabilmente ce n’è uno anche sulla tua.
Quello da cui ti scrivo. Quello dal quale stai leggendo adesso.
Giocare d’anticipo
Giocare d’anticipo oggi non significa necessariamente inventare il prossimo computer o fondare una nuova Microsoft.
Per un’impresa può significare capire prima dei concorrenti come stanno cambiando i clienti. Quali domande si pongono. Quali informazioni cercano. Quali problemi non trovano ancora una risposta soddisfacente.
La tecnologia cambia continuamente.
Prima il personal computer. Poi Internet, i motori di ricerca, i social network e ora l’intelligenza artificiale.
Il principio raccontato dalla storia di Gates, invece, rimane sorprendentemente stabile.
Chi aspetta che il cambiamento sia evidente a tutti può ancora adattarsi.
Chi riesce a comprenderlo prima può costruire l’occasione.








